Stefi' blog - I don't want to grow flowers in a desert but...

Wednesday, November 22, 2006

Gita al mare


Domenica scorsa ho fatto una bella gita al mare.
Io e i miei 4 compagni di viaggio avevamo un'intera spiaggia a nostra disposizione. A dir poco favoloso. Il luogo era praticamente incontaminato: l'unico segno della presenza dell'uomo erano una "bafa" (una sorta di piccola capanna fatta di frasche e foglie di palma secche) sulla spiaggia e, poco distante, un piccolo villaggio di pescatori.
La sabbia bianca e fine faceva un rumore sordo sotto i piedi, come quando si cammina sulla neve fresca. Tra l'altro, com'è bello camminare a piedi nudi e sentire tutto il corpo che piano piano si lascia andare e si rilassa.
L'acqua, nonostante si tratti dell'oceano, era davvero calda, e, giuro, sarei rimasta in ammollo tutto il giorno. Certo c'è da stare un po' attenti perchè, trattandosi dell'oceano, la corrente è abbastanza forte e le onde hanno una certa potenza. Per non parlare del colore: una limpidezza unica.

Tokeh Beach


A fine giornata, l'unico sapore amaro che mi è rimasto in bocca è stato quello di vedere, sulla strada del ritorno, le cave di pietra. Dalla strada principale si vedevano delle minuscole figure chinate a spaccar pietre, a sbriciolare sassi fino a farli diventare ghiaia. Alcuni erano bambini.

Questo è il Paese delle contraddizioni. E fa male.

Friday, October 27, 2006

Le miniere fantasma


Chissà se esiste un termine per definire il processo tale per cui un certo luogo, dopo essere stato portato ad un certo grado di sviluppo (economico, ma anche sociale), viene poi abbandonato e lasciato decadere finché scompare. De-sviluppo? Sarebbe più adatto sfruttamento selvaggio…
Vicino al villaggio di Ma rampa, nei pressi di Lunsar, ci sono delle colline dove si trovano dei ricchi giacimenti di ferro. Le miniere di ferro furono aperte nel 1933 da una società di proprietà inglese (il che non ci stupisce), la Sierra Leone Development Company (forse il nome un po’ mi stupisce…). La società continuò a gestire le miniere fino al 1975, quando queste furono chiuse. Durante questo periodo la Sierra Leone era il settimo più grande produttore di ferro di tutto il continente africano (ma sappiamo bene dove andassero i profitti provenienti da tale produzione…). Presso le miniere fu creato un grande complesso industriale, mentre ai piedi della collina fu costruito un complesso abitativo per gli espatriati e i lavoratori locali. C’erano le tubature per l’acqua, la linea elettrica (grazie a dei giganteschi generatori), le strade erano asfaltate, c’era perfino una linea ferroviaria di 84 km che collegava Marampa con il porto di Pepel. Tutte le case,anche quelle dei lavoratori locali, erano in cemento, avevano le finestre in vetro ed erano dotate di servizi igienici. Le case degli espatriati naturalmente erano dotate di tutti i comfort rispondenti ai canoni “occidentali”. C’era una clinica ospedaliera piuttosto grande, nonché la piscina, un campo da golf, una sala da ballo, un salone tipo dopo-lavoro con tavolo da biliardo e vari altri passatempi.
Nel 1975, dopo che la produzione aveva cominciato a diminuire, la compagnia inglese sospese le attività e le miniere vennero chiuse. Furono riaperte nel 1982, stavolta di proprietà del governo ma gestite da una società austriaca. Tuttavia, a causa di difficoltà economiche il governo sospese l’estrazione e chiuse definitivamente le miniere nel 1985. Da quel momento, come un vecchio gigante che si lascia pian piano morire, le miniere hanno cominciato un lento processo di decadimento, aiutato anche dal saccheggio degli ex-lavoratori e abitanti, esasperati per avere perso l’unico mezzo di sostentamento per le loro famiglie. Poi la guerra, dal 1991, ha fatto il resto.

Quel che rimane oggi sono ruderi che spuntano inaspettatamente dalla folta vegetazione. Solo le case degli ex-lavoratori, nonostante cadano a pezzi, sono abitate. L’asfalto non esiste più, le tubature nemmeno e anche i binari sono stati inghiottiti dall’erba alta.
Quel che rimane delle miniere di Marampa testimonia come davvero la colonizzazione sia servita agli europei per succhiare come dei parassiti la linfa vitale di una terra ricca di potenzialità.


Il capannone dei generatori

La casa coloniale...abbandonata

Friday, October 06, 2006

Il dilemma dell'uomo bianco

Guardando il blog di Sara (tra l’altro, bellissimo!), ho ritrovato anch’io la voglia di buttare giù due righe. Il fatto è che ultimamente sto vivendo una sorta di crisi mistica (no, non voglio farmi suora, anche perché al momento non è che ci sia molta differenza…). Mi è capitato spesso di chiedermi cosa io stia facendo qui, quale sia il senso del nostro lavoro in un Paese in via di sviluppo. Tipiche paranoie esistenziali post cannabis? No, considerata la condotta irreprensibile che conduco qui. Comunque, se la disperazione aumenta considerevolmente, potrei sempre provare con una foglia di palma, o qualsiasi altro tipo di foglia, visto che qui la vegetazione è piuttosto rigogliosa.
Il problema è che qui è estremamente difficile essere “bianchi”. È impossibile camminare per strada senza che qualcuno ti urli “Ah Poto!! Gimme shoes… watch… money… biscuit… sweet… chop chop…” e cioè Oh Bianco!! Dammi questo o quello a seconda dei casi. I bambini sono dei maestri in queste tecniche di approccio. E quando rispondi che non hai niente per loro si immobilizzano, ammutoliscono e ti guardano così intensamente per farti pietà che ti senti i loro occhi mentre ti perforano l’anima e ti fanno sentire in colpa per essere nato in un posto dove c’è tutto, e anche più del necessario. C’è qualcosa di sbagliato se questi bambini crescono con la mentalità per cui loro chiedono e il bianco dà. D’altra parte succede spesso che la gente si sveglia una mattina e vede dei bianchi ben vestiti e con un gran macchinone (ah, qui non c’è la tassa sui Suv, per cui si può venir qui a fare un po’ di rally…) che da un giorno all’altro costruiscono qualcosa o portano qualcosa mai visto, se ne stanno per un po’ (metti da 1 a tre anni) portandosi dall’altro continente le loro comodità e stile di vita, e poi se ne vanno. Senza chiedere nulla a nessuno, del tipo: ma di cosa avete bisogno? Siete pronti a collaborare per costruire qualcosa insieme e poi continuare da soli dopo che vi è stato “insegnato” come fare? (Anch’io non riesco a fare a meno di cadere nella trappola del paternalismo culturale… ahimè!). Più che il dilemma dell’uomo bianco, lo chiamerei il dilemma dello sviluppatore, fantomatico personaggio dei nostri tempi, nipote del colonialista, a cui tenta di ribellarsi, cercando di porre rimedio ai suoi disastri, rischiando però di appoggiarsi alla stessa idea di “portare quei popoli sottosviluppati al nostro livello”. Da una parte, è inconcepibile che ci siano bambini che non possono andare a scuola, persone che non possono curarsi, padri e madri che non sanno di che sfamare i propri figli. È inconcepibile che esista una capitale senza energia elettrica, senza acquedotto e fognature, che le infrastrutture, anche quelle più basilari, siano in uno stato così pietoso da non permettere quasi nessuna attività industriale ed economica. Ma è anche disgustoso vedere le organizzazioni internazionali o non-governative che piombano come avvoltoi su prede ormai esanimi spiattellando infallibili rimedi per risollevarsi dal fango e “svilupparsi”. Per non parlare di quelli che si arricchiscono servendosi del loro nobile intento di “aiutare i poveri”. Allora mi chiedo: non dovrebbe l’iniziativa partire dai bisogni reali e dalle idee di chi si trova in una situazione di disagio, ed essere poi sostenuta da chi ne ha i mezzi?
Esempio. Ci sono dei vistosi cartelli lungo la strada principale di Lunsar che indicano che il Ministero degli Affari Esteri Italiano dà sostegno all’ospedale locale di Mabesseneh. Bello, penso. E vado in ospedale a chiedere come il Ministero usa i soldi dei contribuenti italiani. Risposta: guarda che due bei Toyota nuovi di zecca ci hanno regalato! In effetti ci sono due gipponi giganteschi con tanto di bandiera italiana e sierraleonese parcheggiati sotto una tettoia. Dopo gli ultimi avvenimenti di casa nostra mi vien da pensare che il Ministero, avendoli in garage ma non volendo pagare la tassa sui Suv, ha ben pensato di mandarli in Africa!! Lasciando da parte questa malizia, chiedo: ma li usate? Bè, sì, qualche volta l’amministratore ne prende uno per andare a Freetown; altrimenti li usiamo per andare a prendere all’aeroporto qualche medico straniero che di tanto in tanto viene qui come volontario. Interessante! Ma quante sacche di sangue, quante flebo, quanti medicinali, macchinari, quanto latte in polvere, vitamine e nutrienti per i bimbi denutriti, quanti letti, lenzuola, camici, guanti si potevano comprare con i soldi spesi per i due bei Toyota? Divento rabbiosa e piena di amarezza e incertezza me ne vado. All’uscita dall’ospedale un bambino mi ferma: mi dai gli occhiali? Ma come gli occhiali!! Scusa, io senza non ci vedo! Va bè, e allora? Tu dammeli, che tanto puoi sempre andare a comprartene un altro paio.

Wednesday, September 20, 2006

E la scuola comincia

Anche in Sierra Leone lunedì è cominciata la scuola. Se non l’avessi saputo, mi sarei proprio stupita nel vedere ragazzini che, in fila sul ciglio della strada, trasportavano in testa (come si usa fare qui) banchi e sedie. In alcune scuole qui, il primo giorno i ragazzini si portano il banco e la sedia, altro che zainetto firmato e diario all’ultima moda. E poi c’è l’uniforme, con colori diversi per ogni scuola, le scarpe, libri, quaderni, oltre naturalmente alle tasse scolastiche da pagare. Non c’è da stupirsi, allora, se anche in queste mattine che seguono l’inizio della scuola si vedono bambini chinati nelle risaie, bambini che gironzolano al mercato cercando di vendere frutta, bambini che trasportano fascine di legna o taniche d’acqua. Per molte famiglie il costo della scuola è un peso insostenibile, specialmente se ci sono 4, 5 o più figli da mantenere. E allora si sceglie. Perché con un solo stipendio si riesce a pagare la scuola solamente a uno o due figli. E spesso la scelta, che noi potremmo definire crudele, ma qui dovuta alla necessità di sopravvivere, ricade sui maschi.

Uno si potrebbe chiedere cosa fa il governo sierraleonese per sostenere l’istruzione nel Paese. A Lunsar non ci sono scuole pubbliche. Ci sono le scuole cattoliche (tenute dai religiosi per i maschi, dalle suore per le femmine), le scuole islamiche. C’è addirittura una scuola dedicata al ministro dell’educazione, e da lui patrocinata. Ma è privata, come tutte le altre. A dire il vero, non sono private in senso stretto, perché sono legalmente riconosciute dal ministero, il quale paga (se lo paga) il salario (una miseria) degli insegnanti.
Mi sono sforzata, ma ammetto di non aver ancora capito come funziona il sistema scolastico qui. Sta di fatto che solo una bassa percentuale di bambini e ragazzi riesce a frequentare la scuola dall’inizio del ciclo (primarie, secondarie, superiori) alla fine. Molti lasciano dopo pochi anni, alcuni neanche cominciano. Gli insegnanti sono demotivati e arrotondano il loro misero stipendio con le tangenti che gli studenti danno loro per avere voti alti o per essere promossi. Spesso anche il comportamento di alcuni direttori delle scuole (in molti casi dei religiosi) lascia l’amaro in bocca. Certo, è giusto fissare delle regole e delle scadenze, ma forse sarebbe anche opportuno essere un tantino flessibili, tenendo presente che per le famiglie sborsare tutti i soldi in una sola rata e in una data precisa rappresenta un grande sacrificio. Nella scuola retta dalle suore, invece, se una ragazza rimane incinta, viene espulsa definitivamente. A questo punto, cosa rimane da fare? Rinunciare ad avere un’educazione, alla possibilità di sviluppare le proprie capacità e di imparare un mestiere. In questo modo il circolo vizioso della povertà non viene mai spezzato, ma anzi inghiotte anche il figlio della ragazza. Se invece la ragazza è un po’ determinata e desidera terminare gli studi, dovrà trasferirsi in un’altra città, dove oltre alle spese per la scuola dovrà sostenere anche quelle di mantenimento per sé e il figlio. E spesso, per trovare i soldi sufficienti, una giovane donna non ha altre alternative che prostituirsi. Allora uno si domanda, dov’è la carità cristiana?

In un Paese come la Sierra Leone, dove un’altissima percentuale della popolazione totale ha meno di 25 anni, molto difficilmente si riuscirà a raggiungere nel 2015 l’obiettivo del Millennio di garantire l’educazione almeno primaria a tutte le bambine e i bambini in età scolare. Di questo passo, nemmeno nel 2050… Ma non mi sembra sia così difficile capire che l’istruzione rappresenta un propulsore fondamentale e primario per lo sviluppo di un Paese e per il benessere della sua popolazione.
Certo, i diamanti del Kono luccicano di più…

Sunday, September 10, 2006

Purtroppo il senso di tranquillità e pace svanisce facilmente qui, quando ti trovi di fronte a situazioni difficili da accettare. O addirittura da concepire. Un giorno della scorsa settimana è stato il compleanno di Michele. Ci affannavamo a preparare da mangiare, un dolcetto anche, per far festa.
Io, invece, mi sentivo come se mi avessero riempito la faccia di schiaffi. Il mattino presto era venuta una mamma con il suo bimbo di pochi mesi. Era disperata perchè il bimbo stava molto male ed era venuta a chiedere un documento per l'assistenza sanitaria (altrimenti avrebbe dovuto pagare presso l'ospedale). Dopo poche ore è tornata, da sola. Il bambino era morto.
Questo mondo è bastardo. Non è giusto morire a pochi mesi per denutrizione. Perchè l'assistenza sanitaria è pressochè inesistente, o troppo costosa. Perchè l'ospedale più vicino è troppo lontano e le strade sono troppo dissestate. Perchè la madre, avendo una minima educazione, non si rende conto di quali siano le misure da adottare per salvaguardare la salute del suo bambino.
Non è giusto nemmeno vedere la propria madre spegnersi a causa dell' AIDS sotto i tuoi occhi. E rendersi conto che, a 13 anni, non c'è nessuno che possa prendersi cura di te. Al contrario, come sorella maggiore, dovrai prenderti cura di tutti i fratelli e sorelle minori. Dovrai abbandonare la scuola...

Alcuni giorni passano sereni, con in mente i sorrisi dei bambini e i loro occhioni neri che ti dicono tutto. Altri giorni, vorrei che non fossero mai cominciati.

Saturday, September 09, 2006

La natura, la grandezza nella semplicità



Thursday, September 07, 2006

Africa...

Una delle prime cose che ti colpiscono appena metti piede in Sierra Leone (a parte, forse, l’umidità così alta che sembra quasi soffocante) sono i colori. Vivi, caldi, pieni. L’occhio occidentale, abituato più che altro al grigiore dell’asfalto e degli edifici cittadini o tutt’al più agli sfavillanti ma finti colori delle vetrine, rimane abbagliato dall’intensità dei colori in Africa. Sono colori veri, solo la natura è in grado di riprodurli in una tale brillantezza e varietà. In questi giorni piovosi (è la stagione delle piogge e normalmente piove ogni giorno almeno un pochino) aspetto impaziente che il sole apra uno squarcio tra il tappeto di nuvole. In quel momento il velo opaco causato da pioggia e umidità scompare e tutto acquista una nitidezza cromatica affascinante. Per me la luce più bella è quella del sole delle 17. i raggi, di un giallo carico e forte, sembrano dare potenza alle cose che illuminano. Il contrasto tra i colori, poi, è spettacolare. La terra rosso scuro, la vegetazione verde brillante dalle mille sfumature, le nuvole grigio-blu, e il sole… Ieri c’era un tramonto bellissimo: il tondo perfetto e arancione, filtrando la sua luce attraverso qualche nuvola, tingeva di rosa salmone tutto l’orizzonte e nel silenzio della natura (che silenzio poi non è…) mi sembrava di stare in un dipinto.
Ieri sera il cielo era coperto. Peccato perché si sarebbe potuta vedere una luna quasi piena e così splendente da illuminare a giorno il paesaggio. L’altra sera abbiamo fatto due passi vicino alla palude ed era così chiaro che potevamo vedere benissimo intorno a noi senza bisogno di luce artificiale. Quando qualche nuvola velava la luna, si creava intorno un alone quasi rosso…
Che c’è di così speciale? Bè…c’è che qui la natura, che è ancora vera e non toccata dalla mano dell’uomo, mi lascia affascinata e mi dona una grande pace interiore. Stato d’animo questo che, tuttavia, in questa terra di feroci contrasti facilmente può scomparire….