Guardando il blog di Sara (tra l’altro, bellissimo!), ho ritrovato anch’io la voglia di buttare giù due righe. Il fatto è che ultimamente sto vivendo una sorta di crisi mistica (no, non voglio farmi suora, anche perché al momento non è che ci sia molta differenza…). Mi è capitato spesso di chiedermi cosa io stia facendo qui, quale sia il senso del nostro lavoro in un Paese in via di sviluppo. Tipiche paranoie esistenziali post cannabis? No, considerata la condotta irreprensibile che conduco qui. Comunque, se la disperazione aumenta considerevolmente, potrei sempre provare con una foglia di palma, o qualsiasi altro tipo di foglia, visto che qui la vegetazione è piuttosto rigogliosa.
Il problema è che qui è estremamente difficile essere “bianchi”. È impossibile camminare per strada senza che qualcuno ti urli “Ah Poto!! Gimme shoes… watch… money… biscuit… sweet… chop chop…” e cioè Oh Bianco!! Dammi questo o quello a seconda dei casi. I bambini sono dei maestri in queste tecniche di approccio. E quando rispondi che non hai niente per loro si immobilizzano, ammutoliscono e ti guardano così intensamente per farti pietà che ti senti i loro occhi mentre ti perforano l’anima e ti fanno sentire in colpa per essere nato in un posto dove c’è tutto, e anche più del necessario. C’è qualcosa di sbagliato se questi bambini crescono con la mentalità per cui loro chiedono e il bianco dà. D’altra parte succede spesso che la gente si sveglia una mattina e vede dei bianchi ben vestiti e con un gran macchinone (ah, qui non c’è la tassa sui Suv, per cui si può venir qui a fare un po’ di rally…) che da un giorno all’altro costruiscono qualcosa o portano qualcosa mai visto, se ne stanno per un po’ (metti da 1 a tre anni) portandosi dall’altro continente le loro comodità e stile di vita, e poi se ne vanno. Senza chiedere nulla a nessuno, del tipo: ma di cosa avete bisogno? Siete pronti a collaborare per costruire qualcosa insieme e poi continuare da soli dopo che vi è stato “insegnato” come fare? (Anch’io non riesco a fare a meno di cadere nella trappola del paternalismo culturale… ahimè!). Più che il dilemma dell’uomo bianco, lo chiamerei il dilemma dello sviluppatore, fantomatico personaggio dei nostri tempi, nipote del colonialista, a cui tenta di ribellarsi, cercando di porre rimedio ai suoi disastri, rischiando però di appoggiarsi alla stessa idea di “portare quei popoli sottosviluppati al nostro livello”. Da una parte, è inconcepibile che ci siano bambini che non possono andare a scuola, persone che non possono curarsi, padri e madri che non sanno di che sfamare i propri figli. È inconcepibile che esista una capitale senza energia elettrica, senza acquedotto e fognature, che le infrastrutture, anche quelle più basilari, siano in uno stato così pietoso da non permettere quasi nessuna attività industriale ed economica. Ma è anche disgustoso vedere le organizzazioni internazionali o non-governative che piombano come avvoltoi su prede ormai esanimi spiattellando infallibili rimedi per risollevarsi dal fango e “svilupparsi”. Per non parlare di quelli che si arricchiscono servendosi del loro nobile intento di “aiutare i poveri”. Allora mi chiedo: non dovrebbe l’iniziativa partire dai bisogni reali e dalle idee di chi si trova in una situazione di disagio, ed essere poi sostenuta da chi ne ha i mezzi?
Esempio. Ci sono dei vistosi cartelli lungo la strada principale di Lunsar che indicano che il Ministero degli Affari Esteri Italiano dà sostegno all’ospedale locale di Mabesseneh. Bello, penso. E vado in ospedale a chiedere come il Ministero usa i soldi dei contribuenti italiani. Risposta: guarda che due bei Toyota nuovi di zecca ci hanno regalato! In effetti ci sono due gipponi giganteschi con tanto di bandiera italiana e sierraleonese parcheggiati sotto una tettoia. Dopo gli ultimi avvenimenti di casa nostra mi vien da pensare che il Ministero, avendoli in garage ma non volendo pagare la tassa sui Suv, ha ben pensato di mandarli in Africa!! Lasciando da parte questa malizia, chiedo: ma li usate? Bè, sì, qualche volta l’amministratore ne prende uno per andare a Freetown; altrimenti li usiamo per andare a prendere all’aeroporto qualche medico straniero che di tanto in tanto viene qui come volontario. Interessante! Ma quante sacche di sangue, quante flebo, quanti medicinali, macchinari, quanto latte in polvere, vitamine e nutrienti per i bimbi denutriti, quanti letti, lenzuola, camici, guanti si potevano comprare con i soldi spesi per i due bei Toyota? Divento rabbiosa e piena di amarezza e incertezza me ne vado. All’uscita dall’ospedale un bambino mi ferma: mi dai gli occhiali? Ma come gli occhiali!! Scusa, io senza non ci vedo! Va bè, e allora? Tu dammeli, che tanto puoi sempre andare a comprartene un altro paio.